Bhutan: all’ombra dello scettro di diamante

L’ultima roccaforte del Buddhismo himalayano

 

Il regno del Bhutan, protetto dai contrafforti montani, dal relativo isolamento e dalla volontà dei sovrani di preservarne l’identità, è uno degli ultimi angoli della terra dove si vive ancora a misura d’uomo. Il padre dell’attuale sovrano ha continuamente ribadito che nel suo paese ad essere conteggiato non è il prodotto lordo nazionale, ma il tasso di felicità della gente. Qui gli eremi abbarbicati sulle rocce e i monasteri ricchi di storia ed arte testimoniano la vitalità del Buddhismo.

Il Buddhismo bhutanese appartiene al cosiddetto Buddhismo himalayano, noto anche come Vajrayana, “Veicolo dello scettro di diamante, vajra”. Nel periodo più antico della civiltà indiana il vajra era la folgore, l’arma di Indra re degli dei, e in seguito nel Buddhismo Vajrayana divenne simbolo del più elevato potere spirituale e assimilato al diamante, in grado di tagliare ogni sostanza, ma non scalfibile da alcuna. Poiché può riflettere tutti i colori senza esserne alterato, è l’emblema della purezza e dell’indistruttibilità e rimanda a quella che dovrebbe essere la vera natura della mente: adamantina. Il Vajrayana deve molti dei suoi contenuti alla predicazione di Padmasambhava, grande mistico buddhista d’ispirazione tantrica che operò in Tibet nell’VIII sec. e che armonizzò il locale sciamanesimo Bon con le dottrine del Buddha. Nella formazionedel Vajrayana l’apporto del Tantrismo è determinante.

La via del Tantra (termine che significa “ordito” e che designa i vari testi di riferimento) addita nella sperimentazione psicofisica il metodo ottimale per “trasformare l’uomo in Dio”, riattivando in lui tutte le divine potenzialità latenti.

Il complesso percorso tantrico richiede una durissima disciplina che permette di controllare e “riprogrammare” i meccanismi del pensiero, avventurandosi lungo sentieri impervi che conducono al confronto con le pulsioni più profonde e pericolose. Per non soccombere è necessario controllare completamente “le tre porte” della conoscenza: il corpo, la parola, la mente. Tale controllo viene effettuato attraverso una serie di tecniche che includono la prassi yoga nonché tutta una serie di strumenti finalizzati a favorire la disciplina e la purificazione: l’esercizio delle mudra, particolari gesti delle mani che siglano i momenti salienti del cammino spirituale, la ripetizione costante di fonemi sacri, i mantra, volta a purificare e a concentrare la mente, il tracciato del mandala, utilizzato per scandagliare il profondodella psiche e attivarne le potenzialità latenti.

Le immagini sono supporti fondamentali e tappezzano le pareti dei luoghi sacri: spaventose divinità irate guardiane delle porte, fieri protettori delle quattro regioni dello spazio, divinità femminili, bodhisattva – “Colui la cui essenza è la bodhi”, cioè l’illuminazione -, Buddha celesti che favoriscono una precisa forma di meditazione, asceti, dakini – esperte yogini dotate di grandi poteri…

Ogni immagine è caratterizzata dal colore, dalla posizione, dai gesti delle mani, dai simboli portati ed è abbinata ad uno degli elementi costitutivi dell’universo (terra, acqua, fuoco, aria e spazio), ad animali reali o mitici e via dicendo.

Ognuna rappresenta un’ansa della psiche, un percorso conoscitivo, un’acquisizione di saggezza, un raggio della luce dell’illuminazione.

Due degli elementi che maggiormente colpiscono nel pantheon vajrayana sono l’atteggiamento terrificante, quando non addirittura orrido, delle divinità e l’intreccio erotico che allaccia le figure maschili e femminili. Nel primo caso

la divinità non è da intendersi come demoniaca, ma suggerisce la potente e terribile lotta condotta per superare le paure, le angosce, le alienazioni mentali. Il panico

è condizione indispensabile per avvicinarsi alla realizzazione, a patto che un Maestro illuminato guidi e sostenga nel difficile cammino. L’atteggiamento terribile delle divinità permane solo finché dura la lotta interiore e non si è compiuta l’integrazione, ma quando questo avviene, gli dei irati mostrano il loro vero volto, che è benevolo. Non sono più le pulsioni oscure del profondo che controllano e

condizionano la mente, poiché essa si è progressivamente svuotata dei suoi contenuti e ha realizzato la “vacuità”.

Quanto alle divinità in amplesso, queste rimandano al superamento delle polarità rappresentate dal maschile e dal femminile: yab-yum, il “padre e la madre”, il dio e la sua compagna, nella loro unione simboleggiano la reintegrazione dell’Unità e quindi il conseguimento dell’illuminazione. Il godimento erotico suggerisce l’ineffabile beatitudine e pienezza che si accompagna al conseguimento della suprema conoscenza.

In tale contesto il simbolo della campana, strumento fondamentale nel rituale del Vajrayana, indica lo stato di vacuità da realizzare distruggendo tutte le forme di coscienza mondane e rimanda alla matrice femminile, mentre il maschile attivo è invece simboleggiato dal vajra, lo scettro di diamante emblema della compassione,

mezzo ottimale per conseguire la vacuità.

Congiunte, la campana e la folgore evocano l’unione di conoscenza e mezzo di realizzazione e sono quindi il simbolo dell’illuminazione.

Tuttavia il contesto religioso del Vajrayana è vissuto e interpretato in maniera diversa a seconda della maturità spirituale dei singoli: per i più semplici, che lo leggono nel suo aspetto esteriore, l’idolo attesta la presenza amorevole dei Buddha e dei Bodhisattva nel consesso umano, diventando il fulcro della ritualità e della devozione; per i più avanzati lungo la via del Dharma, che ne contemplano i significati esoterici, l’icona e le altre raffigurazioni sacre sono indicazioni di percorso e strumenti d’ascesa che vanno abbandonati, una volta realizzata la

loro funzione di supporto.

Reliquiari, fortezze e monasteri

Luoghi della fede, custodi della tradizione e centri nevralgici della vita politica e sociale, gli dzong sono, come dice il loro nome, “fortezze” e si articolano in genere in due blocchi distinti: l’uno include gli ambienti religiosi e le abitazioni dei monaci, l’altro gli uffici amministrativi. La costruzione principale è costituita dall’utse, una torre che ospita al piano terra il tempio principale, il lhakhang, e ai piani superiori altre cappelle. L’utse si affaccia su una corte lastricata con grandi pietre, alla quale può essere annesso un altro cortile negli dzong più grandi. La funzione difensiva è ribadita dalla presenza del ta dzong, la torre di avvistamento che sorge accanto alla fortezza in posizione strategica.

Costruiti in pietre, fango pressato e legno, con tetti a più spioventi in tegole di legno (oggi spesso sostituite dalla lamiera), gli dzong sono a più piani, intonacati di bianco, colore della purezza e della meditazione, con le cornici delle finestre e delle porte in legno intagliato e dipinto. Sottogronda corre in genere una fascia rosso cupo, con inseriti piatti di ottone o specchi che alludono al sole ed

hanno la funzione di contrastare le influenze nefaste. Gli appartamenti dei monaci, affacciati su una corte porticata, includono le celle, la biblioteca, talvolta la stamperia, l’aula per l’insegnamento e in certi casi anche l’appartamento reale.

Il lhakhang, il tempio principale, è preceduto da una verandae si articola nella sala delle assemblee – tschokhang,dukhang o kunre -, con pilastri e scene della vita del Buddha,in fondo alla quale trova posto un altare a due piani.

Questo, che può anche essere alloggiato in un ambiente a sé stante, ospita le statue delle divinità principali e una serie di oggetti rituali.

Gli interni sono quasi tutti affrescati, ma i continui restauri rendono difficile la datazione dei dipinti. In molti dzong si trova pure il tempio per le divinità tutelari, il goenkhang, precluso alle donne. Tale proibizione contrasta con la considerazione

che le donne godono in Bhutan: basti dire che l’eredità si trasmette di madre in figlia e che il marito va ad abitare in casa della moglie.

Nelle pareti esterne dei monasteri vi sono lunghe file di cilindri in legno o metallo: sono le “ruote del Dharma”, e vengono fatti girare dai fedeli con un duplice scopo simbolico: da un lato celebrano e perpetuano la “messa in moto della ruota del Dharma, la Dottrina” ad opera del Buddha secoli e secoli addietro, quando l’Illuminato aveva tenuto il suo primo sermone, schiudendo a tutti gli esseri la via della liberazione; dall’altro diffondono ovunque con la loro rotazione le vibrazioni positive contenute nella formula sacra incisa sul cilindro o dipinta sulla carta di

riso. Altrettanti meriti ed effetti spirituali hanno i muri mani, costituiti da pietre con incisi mantra, primo fra tutti il celebre “Om Mani Padme Hum”, “Onore al gioiello nel loto”.

Altri importanti luoghi sacri sono i goemba, monasteri collocati per lo più in luoghi solitari e appartati, legati ad eventi mitici oppure sorti accanto o attorno a grotte sacre, un tempo luoghi di abitazione o meditazione di personaggi santi.

Ma a costellare il paesaggio bhutanese sono i chorten, una delle più interessanti rielaborazioni dello stupa sviluppatasi in Tibet e diffusasi nelle zone

himalayane limitrofe. L’origine dello stupa risale alla cremazione

del Buddha nel V sec. a.C.: spartiti fra i maggiori clan guerrieri che avevano partecipato alle esequie i resti del suo corpo, su queste sacre reliquie

furono eretti dieci tumuli funerari di terra e mattoni, gli stupa appunto.

Costruzione centrale dell’arte buddhista, lo stupa, oltre che

assolvere la funzione di reliquiario, venne assumendo molteplici significati simbolici: evocazione tangibile del Buddha e del Dharma, la sua dottrina;

memoriale dei successivi venerabili maestri della comunità monastica. Montagna cosmica, asse dell’universo, ombelico del mondo, lo stupa simboleggia la totalità

dell’Essere e quindi il Buddha stesso. Il chorten, “ricettacolo del Dharma”, ingloba varie forme geometriche raffiguranti gli elementi cosmici: la base cubica rimanda

alla terra, il corpo centrale cupoliforme all’acqua, la sovrastante costruzione a cono al fuoco e i tredici gradini che la compongono ricordano i tredici stati attraverso cui si dipana il cammino che conduce all’illuminazione. Conclude il chorten una guglia con la mezzaluna e il sole, simboli dell’aria, e un pinnacolo che allude allo spazio etereo;

la sua forma a vaso rimanda inoltre al mitico contenitore dell’amrita, il nettare dell’immortalità, ovvero la suprema conoscenza. Una lettura più semplificata del chorten vede nella parte inferiore la terra, in quella superiore il cielo e nella sezione mediana l’uomo che si pone fra i due in un cammino di ascesi. Sui chorten d’influsso nepalese gli occhi del Buddha seguono con amorevole sollecitudine i fedeli e ribadiscono come la costruzione sia simbolicamente anche il corpo dell’illuminato. La fruizione del monumento avviene deambulandovi attorno, tenendolo alla propria destra in segno di venerazione e rispetto, caratteristiche tangibili di una terra impregnata di sacro.

 

 

Marilia Albanese

Indologa

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